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Sacralità e simbolismo delle gemme.
A cura del Dott. Pio Visconti
direttore del Centro Analisi Gemmologiche di Valenza e del Prof. Luciano Orsini collaboratore esterno al
Corso Superiore per i Beni Culturali della Chiesa della Pontificia Università Gregoriana di Roma.
All'alba della storia, l'uomo sovrappose un particolare valore divinatorio a porzioni di minerale con
significative caratteristiche di estetica e raffinata bellezza. L'attribuzione del pregio spirituale non tardò
ad essere considerato come indissolubile privilegio di confronto tra Dio e l'uomo. L'impiego delle gemme crebbe
con l'esigenza di donare, nel sacrificio culturale, una preziosa dimostrazione di riverenza, arricchita con i
più espressivi e ricercati tesori reperibili sulla crosta terrestre o nelle oscure cavità ad essa legate.
Rarità della natura che imprigionano il riflesso della potenza sovrannaturale, avvicinandolo alla povertà
dell'uomo: doni del Creatore che a Lui ritornano.
Per ragioni più che ovvie, i cristalli non poterono essere soli nella preziosità d'ispirazione che nel culto crebbe
a gloria di Dio; dovettero avvalersi di supporti artistici che nell'incastonatura su oggetti d'oreficeria sacra,
applicarono vere ed ingegnose strutture di raffinata tecnica. L'origine di questo abbigliamento crebbe e si sviluppò
nell'arcaismo della legge ebraica e si venne perfezionando, quale attributo di contorno per le gemme, al servizio
definitivo dell'ornamento nella simbologia destinata a rappresentare il merito incontrastabile dell'azione liturgica.
Ancelle dunque, le gemme, a servizio della maggiore e più affermata arte orafa che sempre seppe avvalersene per
mantenere e confermare la spiritualità dell'accostamento ed il presupposto applicativo del valore che universalmente
rappresentavano. Si legge infatti nel libro dell'Esodo della Bibbia al capitolo 28°: "... Farai il pettorale del
giudizio, artisticamente lavorato in oro, di forma quadrata largo una spanna e alto una spanna. Lo coprirai con
una incastonatura di pietre preziose, disposte in quattro file...". Dio parlando a Mosé, pose un privilegio
su determinate gemme che acquisirono enorme significato e furono lungamente utilizzate per il loro ricco emblema,
dal quale traspariva la storia e la fede di un popolo. Il cristianesimo accolse l'uso delle pietre preziose e
sebbene non ci furono mai precise prescrizioni canoniche, divenne rituale in parallelo alla manifestazione pubblica
decretata da Costantino.
Il simbolismo del diamante.
La limpidezza dei diamanti che all'epoca
erano usati nella forma naturale, vivacizzata dalla sola pulitura delle facce dell'ottaedro, la pura ed
indistruttibile consistenza della materia, furono il simbolo ancestrale della divinità. L'incorruttibilità del
prodotto era sovrapposta alla incorruttibilità dell'anima dopo la morte e la conseguente vita beata in Dio.
Le ansie e le difficoltà registrate dai primi cristiani nelle catacombe, pian piano si palesarono nell'espressione
della gioia di venerare il Redentore anche con l'esteriorità dei gesti e del significato. Ecco allora apparire i
primi oggetti manufatti di oreficeria sacra con incastonati diamanti nella forma grezza.
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L'indomabilità accertata dai greci a carico della notevole durezza, trasportata nell'impossibilità di apportare
al cristallo una minima faccettatura, si proiettò nella sfera romana e tale perdurò nelle prime manifestazioni
dell'arte paleocristiana. L'anello papale assunse primaria importanza nel valore dell'emblema e la gemma
incastonata divenne il segno della magnificenza di Cristo (VIII-IX sec. d.C.). I diamanti che provenivano
allora dall'India, furono utilizzati per adempiere la duplice funzione di gloria per il Creatore e di dovuta
venerazione che anche i popoli pagani tributavano alla Chiesa ed al Salvatore. Il significato che sottolineò
distintamente le azioni del Sommo Sacerdote ebraico nella liturgia dell'ingresso nel Sancta Santorum del tempio,
adorno di un vistoso Diamante, simbolo della purezza del cuore, fu ripreso dal Sommo Pontefice Romano con la
forza che dalla gemma si sprigiona; segno della fede, della lealtà della speranza che sola, è coraggio per chi
lotta contro il male e nell'avversità della corruzione del mondo. Alcuni papi attribuiscono al diamante il segno
della rigorosità e di vittoria sulla crudeltà dell'uomo che vive lontano da Dio; così come Cristo attrae tutti a
sè nella mirabile immagine della sua potenza, così il cristallo, luce dello stesso Redentore, avrebbe attratto il
mondo per elevarlo verso l'eterna visione dell'infinito.
Il simbolismo del rubino.
La vocazione del rubino nel simbolismo sacro è unisona alla Carità della Chiesa che dal Divin Maestro trae forza e
coraggio. La tradizione del rosso nell'ornamento recato dalle gemme ha origine biblica e non meglio descritta se
non con l'uso del termine carbonchi con il quale erano coinvolte molte pietre di questo colore.
I primi rubini di cui la tradizione e la storia ci danno notizie in relazione all'età paleocristiana, ebbe
origine di provenienza, come i diamanti, da preesistenti gioielli romani e non furono distinti per la loro
bellezza o per il loro valore, ma soltanto per il significato che essi trasferiva a chi li indossava.
I primi vescovi in possesso di un anello con rubino, erano ancora in prima persona, testimoni del periodo
di persecuzione attraversato dai primi cristiani.
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Il rosso era dunque il simbolo del sangue versato dai Martiri che copioso bagnò il suolo di Roma e nel quale
era germogliato la nuova fede, emulo del sacrificio ben più grande di Cristo morto in croce per l'umanità.
Il coraggio e la carità, oltre al legame fatto con il voto sino al martirio, furono sovrapposti al colore
dei rubini e tanto più un vescovo fedele al messaggio della verità, quanto più poteva, con merito, rivestirsi
del prezioso cristallo.
Il simbolismo dello zaffiro
La pietra di San Paolo, da sempre
simboleggia la virtù della spiritualità legata alla modestia, atteggiamento imposto a chi pratica le Leggi
di Dio e segue con fedeltà l'insegnamento della Chiesa. Lo stesso papa Innocenzo III si preoccupò di prescrivere,
in una bolla, come dovesse essere ornato l'anello d'oro dei vescovi: doveva infatti recare uno zaffiro di buona
luce e trasparente riflesso, alzato dalla mano nell'atto benedicente, avrebbe recato il simbolico messaggio
della perseveranza.
Verità e giustizia, pace ed amicizia furono attribuite all'azione di San Paolo e meglio suggerite dallo zaffiro
che divenne suo sinonimo nel linguaggio gemmifero: altri autori attribuiscono a Sant'Andrea il monopolio del
colore blu azzurro dato dal cristallo. In ogni caso tutti sono d'accordo nel riferire il significato di
"sede d'Iddio" cioè di rapporto alla Verità esercitata nella missione di divulgazione della parola di Cristo.
L'elevazione del cuore e della mente, oltre che dell'anima, alle cose spirituali, furono virtù che pochi
possedettero e proprio la varietà blu del corindone ne era depositaria; ragion per cui molti papi dell'antichità
se ne ornarono e ne fecero dono ai più fidi collaboratori. Pare che i vescovi nominati e consacrati direttamente
dal Sommo Pontefice ricevessero in dono uno zaffiro a significare la fiduacia estrema ed a sancire la futura
collaborazione, frutto di leale fedeltà.
Dott. Pio VISCONTI Prof. Luciano ORSINI
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